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AGRUSTI – UNIONE INDUSTRIALI PORDENONE: FORMAZIONE, INNOVAZIONE E INFRASTRUTTURE FRONTI PRIORITARI PER IL NOSTRO IMPEGNO

METALMECCANICO E LEGNO-ARREDO PRINCIPALI SPECIALIZZAZIONI DEL TERRITORIO.

Elite, spiega il Presidente di Unione Industriali Pordenone, Michelangelo Agrusti, oltre a essere uno strumento concreto per le aziende, può attivare un percorso di crescita culturale, di condivisione e di interscambio di esperienze. Nel nostro sito diamo voce a tutti i vertici delle associazioni territoriali di Confindustria, in concomitanza con gli appuntamenti del road show per promuovere il progetto Elite organizzato dalla Confederazione.

Quali sono i punti di forza del vostro tessuto imprenditoriale?
L’aver colto, nella necessità di una metamorfosi imposta dalla crisi, le relative opportunità: maggiore produttività e flessibilità grazie a ristrutturazioni e investimenti, innovazione dei prodotti e dei processi in chiave lean e digital, diversificazione dei mercati di sbocco, soprattutto quelli esteri e qualità delle risorse umane.
Quante sono le aziende e gli addetti?
Circa 850 aziende, circa 33.000 dipendenti.
Quali sono le specializzazioni del territorio?
La trazione è manifatturiera con prevalenza nei segmenti della metalmeccanica e del legno-arredo.
Cosa vorreste fare per essere un ecosistema sempre più solido e competitivo?
Affinché un territorio possa incrementare la propria competitività è necessario che le sue componenti condividano progetti importanti e ambiziosi. Per questo Unindustria lavora con tenacia su tutti i fronti che la crisi aveva aperto e che contribuiscono a migliorarne l’ecosistema. Penso segnatamente ai fronti in cui siamo particolarmente attivi: formazione, scuola, ricerca, innovazione tecnologica e infrastrutture.
Quali sono, secondo lei, i principali ostacoli alla crescita delle piccole e medie aziende?
Lasciando stare il tema della fiscalità, che meriterebbe un capitolo a parte, direi anzitutto la sottocapitalizzazione, la mancanza strutturale di giovani con competenze allineate ed adeguate alla sfida competitiva in corso. Poi, il mancato completamento di asset infrastrutturali strategici in termini di attrattività ed espansione del territorio e l’eccesso di burocrazia del sistema.
Quanta familiarità hanno le aziende del territorio relativamente al mercato dei capitali inteso come alternativa al finanziamento bancario?
Non troppa, ancora: il debito bancario resta lo strumento prediletto per finanziare la crescita e gli investimenti anche se, lentamente, s’intravvede un interesse crescente grazie anche al moltiplicarsi di proposte che coprono un ampio ventaglio di opportunità: dai Business Angel per le start up ai fondi sino alla quotazione in vari segmenti e mercati. Sino a poco tempo fa tutto ciò era impensabile per le piccole e medie imprese. Oggi, invece, l’azienda che vuole condividere un percorso di crescita non deve più sentirsi limitata dalle sue risorse sia in termini di capitali sia di governance.
Le aziende, secondo lei, sono pronte al cambiamento e ad aprirsi al mercato aderendo al progetto ELITE?
Aprirsi al mercato non è mera questione di strumenti ma di cultura e atteggiamento al cambiamento. Quando parlo di cultura mi riferisco a quella gestionale ed economica, credo che l’azienda italiana soffra di nanismo ma la crescita non deve essere diretta solo ad imprese che vogliono “diventare più grandi” ma anche a quelle che intendono “comportarsi da grandi” cambiando modello gestionale, di governo e che, appunto, si aprono al mercato. In Italia c’è un grande equivoco, la figura del proprietario è completamente intersecante quella di chi gestisce l’azienda, in realtà sono e devono essere ruoli diversi: chi governa ha l’obbligo di gestire l’azienda nel modo più efficace ed efficiente in modo da salvaguardare e incrementare il valore patrimoniale dell’impresa. Dall’altra parte chi possiede le quote di capitale ha il diritto di pretendere che l’organo di governo sia il migliore per la sua azienda. L’imprenditore deve quindi prendere atto che non è scritto da nessuna parte che ricoprendo il ruolo di shareholder debba per forza ricoprire anche quello di amministratore o direttore, spesso l’apertura ai mercati non avviene proprio per questo, l’imprenditore ha il timore che qualcuno vada a casa sua a comandare non volendo ammettere che in realtà lui, in qualità di socio e il mercato, hanno lo stesso obiettivo. In questo scenario ELITE può avere un ruolo importantissimo: non solo uno strumento concreto per le aziende, ma un percorso di crescita culturale, di condivisione e di interscambio di esperienze. Attraverso questi passaggi il cambiamento, seppur – e comprensibilmente – lento, sarà continuo e irreversibile per una crescita delle nostre aziende, della cultura imprenditoriale e, perché no? di tutta la filiera coinvolta. Se, ripeto, uno dei limiti della crescita sono le poche risorse, a fronte di progetti di sviluppo interessanti e concreti queste possono diventare illimitate ed alimentare, in tal modo, un ciclo virtuoso.
Le aziende del territorio si stanno internazionalizzando e facendo acquisizioni all’estero?
Le nostre imprese hanno già nel loro Dna una fortissima vocazione all’export: l’ultima analisi congiunturale di cui disponiamo, di pochi giorni fa, rivela ad esempio che la quota di fatturato estero, nel manifatturiero, è del 45,6% con punte del 76% nella meccanica e di oltre 80% nella grande industria. Diciamo pure che in questo momento l’export è la locomotiva che traina la ripresa strutturale.
Quali sono i fattori che hanno consentito di farlo e quali sono quelli che permettono di farlo di più?
I fattori sono molteplici, in realtà l’Italia ha due grandi anime, una industriale e una creativa. Industrialmente è la settima potenza mondiale e la seconda manifattura europea, quindi in termini di efficienza produttiva possiamo dire la nostra; parallelamente l’Italia è la potenza creativa più riconosciuta sul pianeta, sembra retorica ma il Made in Italy è ancora uno dei brand più riconosciuti e acclamati al mondo e questo apre le porte anche ai prodotti no logo. Quindi il sistema paese dovrebbe continuare ad investire  nel marchio Italia perché è ancora garanzia di prodotto con standard elevati; dall’altra parte dovremmo cercare di concentrare maggiori e migliori risorse nell’industria del turismo, ambito in cui, considerando il paese nel quale viviamo, potremo veramente non essere secondi a nessuno e questo.