ELITE Desk Roadshow
27 Novembre 2017

DE CARDENAS - CONFINDUSTRIA PAVIA: UN PIANO CON L’UNIVERSITA’ PER SVILUPPARE LE FILIERE DEL TERRITORIO

SI CHIAMA PAVIA 2020. LE TRADIZIONALI ANALISI DI SETTORE SOSTITUITE DA UN METODO CHE COINVOLGE L’INTERO PROCESSO PRODUTTIVO, DALLA RICERCA SCIENTIFICA FINO ALLA COMMERCIALIZZAZIONE DEI PRODOTTI.

Per il Presidente di Confindustria Pavia Nicola de Cardenas,  avvicinarsi al programma Elite comporta un cambio di passo nella direzione di un approccio più strutturato nelle scelte aziendali.

Nel nostro sito diamo voce a tutti i vertici delle associazioni territoriali di Confindustria, in concomitanza con gli appuntamenti del road show per promuovere il progetto Elite organizzato dalla Confederazione.

Quali sono i punti di forza del vostro tessuto imprenditoriale?
L’economia della provincia di Pavia presenta un mix produttivo fortemente diversificato, fatto per oltre il 90% di Pmi, il cui sviluppo industriale è intrecciato alla rinomata tradizione agricola del territorio. Ingegneria meccanica, calzaturiero, chimico, gomma-plastica e quindi agroalimentare sono i nostri settori di punta. Il terziario, comunque, si conferma il primo comparto per numero di aziende e per valore aggiunto. Al declino del terziario tradizionale, commercio in particolare, ha fatto da contrappeso lo sviluppo di imprese di servizi, ad altre imprese e alla persona. Stiamo parlando di assistenza sanitaria e sociale, che oggi ci permette di osservare con particolare interesse lo sviluppo della filiera delle life science. L’Università di Pavia, a sua volta, ateneo di pregio internazionale, ha favorito lo sviluppo della ricerca e dell’industria della cultura. Proprio con l’Università, ma in collaborazione anche con Regione Lombardia, la Camera di Commercio di Pavia, Banca Popolare Commercio e Industria e la Fondazione Comunitaria, abbiamo sviluppato un piano industriale di area, “Pavia 2020 – Le filiere industriali del territorio”, che ci ha permesso di realizzare uno screening dettagliato delle attività produttive di questa provincia. Con Pavia 2020 ragioniamo ormai secondo le logiche di filiera appunto (Agrifood, salute, calzatura, Industria creativa e culturale, It e innovazione, manifatturiero avanzato, energia, ecoindustria, mobilità e logistica). Questo significa superare le tradizionali analisi per settore/comparto e coinvolgere l’intero processo produttivo, che va dall’attività di ricerca scientifica fino alla commercializzazione di un prodotto/servizio, passando per tutte le fasi intermedie.
Non dimentichiamo poi la nostra posizione strategica. Sia nella geografia lombarda, sia in senso più ampio dell’intero Nord-ovest del Paese, da cui ne consegue una vicinanza imprescindibile con Milano e la collocazione logistica favorevole per gli scambi intercomunitari tra i mercati emergenti dell’Europa centro-orientale e del bacino del Mediterraneo.

Quante sono le aziende e gli addetti?
Con le 59mila imprese attive sul nostro territorio possiamo affermare di esserci lasciati alle spalle la crisi degli anni 2008/2011. A livello settoriale, l’11,5% delle imprese opera nel comparto industriale, il 18,6% nelle costruzioni, il 32,1% nei servizi, il 23,6% nel commercio, il 14,3% nell’agricoltura. Gli addetti nelle imprese manifatturiere sono circa 25 mila, il 22% degli occupati sul totale provinciale.
Quali sono le specializzazioni del territorio?
Le attività manifatturiere provinciali giocano un ruolo cruciale in relazione alla loro capacità di creare valore aggiunto. Meccanica, meccano-calzaturiero e gomma plastica costituiscono i nostri comparti di punta. Senza però mettere in secondo piano l’oil & gas, che vede la presenza storica della raffineria Eni a Sannazzaro de Burgondi e alcune multinazionali, soprattutto nell’area vogherese, legate alla produzione di valvole per gli impianti di trasporto di idrocarburi.
Recente e quindi innovativa l’affermazione di settori trasversali, che derivano dallo sfruttamento di sinergie tra comparti vicini. Penso alla meccatronica, all’agroindustria e al packaging. D’altro canto all’interno dei diversi settori si consolida una frammentazione in nicchie ad alta specializzazione, ognuna con caratteristiche competitive diverse.
L’agrifood, a sua volta, riveste da sempre un ruolo di primo piano nella nostra economia. Per diversi settori produttivi siamo ai primi posti della graduatoria nazionale. Questo ha consentito un parallelo sviluppo di tutta la filiera dell’industria agroalimentare e di trasformazione. Pavia è tra i maggiori produttori di riso. Grande importanza, soprattutto sotto il profilo qualitativo, riveste anche la coltivazione dell’uva da vino nelle colline dell’Oltrepò.

Cosa vorreste fare per essere un ecosistema sempre più solido e competitivo?
Investire in ricerca e innovazione, intesa non solo come capitale materiale, ma anche come valorizzazione del capitale umano e in cultura d’impresa, è fondamentale per riportare le nostre imprese e il nostro territorio alle velocità tenute negli anni pre crisi. E questo richiede una capacità di fare rete, in grado di coinvolgere i vari attori. Il piano del governo Industria 4.0 è un’occasione unica di rilancio per la competitività delle aziende favorendo e “forzando” positivamente una più stretta collaborazione tra grande impresa, Pmi e Università. Con l’ateneo di Pavia i rapporti sono più che concreti. Merito anche della sensibilità della sua governance a fare squadra con le forze produttive.
Tuttavia, un ecosistema sempre più solido e competitivo deve avere a disposizione infrastrutture, sia materiali sia immateriali, efficienti e diffuse. Questo ci sta spingendo da tempo nell’incalzare attori pubblici e privati a lavorare per il territorio, che presenta situazioni infrastrutturali critiche e non più adeguate ai tempi. Ciò non ci consente di agganciare pienamente tutte le possibilità tecnologiche legate ai fenomeni di digitalizzazione e quindi di restare competitivi.

Quali sono, secondo lei, i principali ostacoli alla crescita delle piccole e medie aziende?
Partiamo dall’interno. Un ruolo importante è rivestito certamente dalla scarsa managerializzazione delle Pmi e spesse volte dalle difficoltà connesse al passaggio generazionale. Si tratta, frequentemente, di un problema di cultura d’impresa e di contestualizzazione del ruolo dell’imprenditore in uno scenario socio-economico che cambia a velocità difficili da mantenere. D’altro canto, l’eccesso di burocrazia, la pressione fiscale più alta e gli ostacoli (infra)strutturali sono un rischioso disincentivo alla competitività della nostra provincia.
Quanta familiarità hanno le aziende del territorio relativamente al mercato dei capitali inteso come alternativa al finanziamento bancario?
La conoscenza è scarsa. Ed è per questo che l’ingresso di Elite per noi è una sfida direi storica. Il nostro territorio nel suo complesso è rimasto ai margini di quelle forme di finanziamento che non siano strettamente collegate al circuito bancario tradizionale. Negli ultimi anni però, si è diffusa tra i nostri imprenditori la consapevolezza della necessità di conoscere e valutare altri possibili canali di finanziamento, soprattutto quando si è di fronte a sfide impegnative di investimento che riguardano la propria realtà produttiva. È comunque un processo ineluttabile, anche in previsione di una ulteriore revisione a breve del quadro regolatorio europeo per il sistema bancario, che per certi versi stringerà ulteriormente le maglie del credito. Proprio per queste ragioni abbiamo adottato con Assolombarda il modello Bancopass, per affiancare ulteriormente le nostre aziende associate nel rafforzamento della valutazione della propria situazione economico-finanziaria, nonché per poter avere un più solido quadro di riferimento nella definizione del business plan, elemento ormai imprescindibile per colloquiare con un soggetto investitore.
Le aziende, secondo lei, sono pronte al cambiamento e ad aprirsi al mercato aderendo al progetto Elite?
Le aziende devono essere pronte al cambiamento. È nel loro Dna sapersi mettere in gioco con le dinamiche dei mercati, le sfide e le innovazioni. Certo, c’è chi è più organizzato e ricettivo. Altri richiedono uno sforzo maggiore. Elite dovrà saper stimolare le nostre realtà associate, per far conoscere a tutte le sue opportunità. Già il fatto di ragionare, da parte nostra, per avvicinarsi al programma Elite comporta un cambio di passo nella direzione di un maggior approccio strutturato nelle scelte organizzative e non solo.
Le aziende del territorio si stanno internazionalizzando e facendo acquisizioni all’estero?
Senza l’apertura verso l’estero e verso nuovi mercati, il tessuto imprenditoriale locale non avrebbe retto all’ondata della crisi dell’ultimo decennio. Molte nostre realtà associate, ma non solo, senza un certo fatturato estero avrebbero sicuramente chiuso i battenti. L’internazionalizzazione è quindi un aspetto imprescindibile per ampie fasce di settori produttivi. Si è continuato a creare sviluppo e benessere grazie all’export. Da una nostra analisi interna, risulta sempre maggiore la quota di imprese che ha un fatturato estero superiore al 50% e oltre l’80% di quelle che hanno le migliori performance economiche. Lato M&A, il fenomeno risulta sicuramente più circoscritto e riguardante quelle realtà più grandi e strutturate, ma si amplia la platea degli interessati. È interessante notare come si parli di acquisizioni anche come strumento per incrementare ricerca e innovazione oltre che per poter presidiare meglio un determinato mercato di sbocco per le proprie produzioni.
Quali sono i fattori che hanno consentito di farlo e quali sono quelli che permettono di farlo di più?
Sicuramente l’avvento e l’utilizzo di internet e delle nuove tecnologie digitali hanno facilitato e incrementato gli scambi commerciali internazionali e la gestione delle aziende con sedi produttive geograficamente distanti. Senza questo passaggio il tutto sarebbe stato più difficoltoso. Tuttavia queste tecnologie sono strumenti e come tali vanno utilizzati dalle aziende, al fine di rafforzare il proprio posizionamento o consolidare la propria crescita all’estero non prescindendo da una solida strategia di internazionalizzazione strutturata.  L’internazionalizzazione è una strategia valida e percorribile, ma deve essere pianificata con metodo e attenzione al contesto in cui si opera.